È passato il 31?
È passato il 31?

Quando l’influenza arriva a fermare la corsa
Questa mattina leggo dal libro Custodire la luce di Gianfranco Ravasi la pagina dedicata al 31 dicembre, che si apre con questo passo tratto da La giovinezza di Martin Birck:
«C’era una volta un peccatore che la sera morì nel suo letto. La mattina dopo si svegliò all’inferno, si stropicciò gli occhi e gridò: “Che ore sono?” Accanto a lui il diavolo rise e gli mostrò un orologio senza lancette. Il tempo era finito. Era cominciata l’eternità.»
Il 31 dicembre:
Corriamo.
Sbrighiamo.
Anticipiamo.
Accorciamo.
Concludiamo.
Fretta di finire?
Di finire qualcosa che non ha fine?
Corriamo per chiudere, sistemare, esaurire, come se il tempo fosse qualcosa da “finire”.
Ma il 31 dicembre la stagione invernale è da poco iniziata, e l’inverno non è fatto per correre.
È un tempo di gestazione.
Una donna incinta non mette fretta al suo feto, perché il tempo della sua venuta alla luce è scritto in una Sapienza più grande.
E lo stesso vale anche per noi…
A uno spettacolo teatrale, in cui si avvicendavano sul palco apprendisti attori diversamente abili e abili, ho assistito a una scena molto simpatica e significativa: alla fermata dell’autobus un uomo con barba e capelli bianchi si leggeva tranquillo il suo giornale. I ragazzi si avvicinavano a turno e chiedevano:
- È passato il 31?
Lui, senza alzare lo sguardo, rispondeva:
- Sì, il 31 è passato.
E così la stessa scena si ripeteva più volte: prima si presentava uno, poi un altro e un altro ancora, riproponendo sempre la medesima domanda, come se vi fosse un bisogno urgente di rassicurazione.
Chi assumeva un’aria dispiaciuta, chi arrabbiata, chi costernata, chi rassegnata…
Ma ce ne fosse stato almeno uno che esprimeva gioia: nessuno.
Senza scomporsi l’uomo anziano continuava a leggere serenamente il suo giornale e ad aspettare.
La nostra anima sa aspettare.
Ci lascia fare i nostri giochi, per poi chiederci:
- È finita la corsa?
- Posso smettere di affannarmi?
- Posso ricominciare a respirare?
Ma cosa accade quando restiamo sordi e indifferenti a tali richiami?
In questo periodo non c’è casa in cui non “scorra” l’influenza.
La parola influenza viene dal latino influo: “scorrere dentro, invadere”.
Perciò, quello che oggi noi chiamiamo virus influenzale potrebbe essere anche letto come un flusso universale dimenticato, che si insinua nella nostra quotidianità ed esercita la propria “influenza” su di essa.
Spesso al termine influenzare è attribuita un’accezione negativa, come di un’azione che tende a minacciare il nostro libero arbitrio.
E in parte è vero: l’influenza ci fa tirare il freno, ci costringe a stare fermi, alla sopportazione di sintomi fastidiosi e invalidanti. Ci limita e ci ostacola nella corsa a “finire l’anno in bellezza”, a chiudere conti in sospeso, a sbrigare in maniera spicciola ciò che resta.
Blocca la nostra corsa senza anima.
Gli antichi parlavano di influenza in termini astrologici, così definendo l’influsso sui corpi dei pianeti, che con certi loro movimenti sarebbero stati causa del loro ammalarsi.
E se questi influssi celesti avessero il compito di riaprire il fluire della coscienza animica proprio nei periodi in cui viene trascurata e messa da parte?
A questo punto sta a noi decidere come vivere l’influenza: coglierla come un’occasione per riaprire quel flusso e ascoltare il messaggio che porta… o subirla e restarne vittima?
Possiamo chiederci, ad esempio, se nei giorni precedenti siamo andati troppo nel dovere, nelle abitudini, negli schemi che ci tengono al sicuro dai sensi di colpa; possiamo chiederci se abbiamo ecceduto nel cibo per gratificare bisogni emotivi.
Quando l’influenza ci attraversa significa che è tempo che la nostra parte più profonda riprenda a fluire. È tempo di resettare tutto, di espellere le tossine della quotidianità e ricominciare a vivere a favore del nostro cuore.
L’influenza arriva quando l’anima vuole ripartire e utilizza il corpo per bloccare la routine, costringendoci a rallentare, a non agire all’esterno, a guardare la paura della solitudine o della “perdita di qualcosa”, a essere dipendenti dall’altro, a chiedere aiuto e sostegno…
Ci rinchiude e ci riapre allo stesso tempo.
L’influenza assume le caratteristiche di una soglia oltre la quale si cresce, simile alla febbre dei bambini: ti rialzi e ti senti più “alto”, e lo sguardo sul mondo è già cambiato.
- È passato il 31?
Il 31: un numero conclusivo, una convenzione umana, un confine immaginario sopra un calendario.
Nell’eternità non esiste il 31, ma esiste un orologio senza lancette, come ci ricorda il diavolo di Martin Birck, esiste un tempo in cui l’Universo con i suoi pianeti disegna costellazioni e cicli.
E noi ne diventiamo i canali.
- È passato il 31?
L’influenza risponde:
- Sì.
Ora puoi rialzarti.
E da quello che ti ho portato ricava, per te e per gli altri, qualcosa di buono.
Auguri di Buon Anno
Giuseppina










